Titolo: «my angel»
Autore: bedshaped, (alias glo)
Protagonisti: Edward Cullen, Bella Swan e ho citato anche Charlie Swan.
Raiting: Verde
Tipo FanFic: One Shot.
Note: Questa one shot l'ho scritta tempo fa, ma solo ora la posto ù.ù - voi vi chiederete, quante one shot sta postando sta qui. La verità è che ho l'obiettivo di intasare la sezione con decine di fan fictions ahahahahah XD no, seriamente, volevo almeno postare una one shot su twilight. Questa One Shot è ambientata nel periodo "NEW MOON". Non posso dirvi altro: lo capirete leggendo che momento della storia è (:
Questa One Shot, a differenza delle altre, mi piace XD
Ah, non posto nessun'immagine per questa FF ù.ù XD Ultima cosa: mi scuso per gli errori. L'ho corretta ora e, sia per il fatto che non ci vedo, sia per il fatto che sono stanca, sono certa che ci siano degli errori.
«my angel»
«Era rimasta uguale: con gli stessi colori, con lo stesso profumo dei vari fiori che circondavano lo spazio scoperto»
«Bella,» disse con voce suadente il mio angelo, «dobbiamo parlare. Perché non iniziamo a incamminarci verso la nostra radura?» chiese, con un sorriso.
Come avrei potuto rifiutare? Sarei andata ovunque per lui, avrei fatto qualsiasi cosa. Annui, quindi, sorridendo felicemente. Chi non sarebbe stato felice avendo al suo fianco l’amore della propria – avrei voluto dire vita, ma mi sembrava e mi sembra tuttora riduttivo – esistenza?
Il mio angelo mi prese in spalla, con una semplicità che, pur essendoci abituata, mi sorprendeva ogni volta. Iniziò a correre, com’era solito fare per divertimento: era felice. L’avevo capito. Continuò a correre sempre più veloce, permettendo all’aria fresca della foresta di avventarsi sui nostri corpi, che sfrecciavano tra gli alberi come essere sovraumani. Sentii il vento scompigliarmi i capelli e non potei fare a meno di sorridere: adoravo – a differenza delle prime esperienze, in cui dovevo concentrarmi per non svenire appena toccavo il suolo – correre tra gli alberi, tra la natura, insieme a Edward. Era come il paradiso. Il nostro piccolo paradiso. Arrivammo, in poco tempo, nella nostra radura: mi sembra ieri che, in questo luogo, Edward rivelò il segreto della luce del sole. Era rimasta uguale: con gli stessi colori, con lo stesso profumo dei vari fiori che circondavano lo spazio scoperto. Mi fece scendere con estrema delicatezza. Appena posai i piedi a terra – facendo attenzione a non cadere, cosa del tutto possibile data la mia goffaggine – gli chiesi, curiosa: «Allora, perché mi hai portata qui? Cosa devi dirmi?». Non vedevo l’ora di scoprire il motivo della sua felicità. Edward sorrise. Un sorriso meraviglioso, unico, mai visto. Non credevo di averne mai visto uno così meraviglioso. Tentai, perciò, di avvicinarmi a lui per abbracciarlo, per sussurrargli all’orecchio parole dolci, con il quale dimostrare il mio amore per lui. Appena mi avvicinai, lo vidi improvvisamente scomparire. Rimasi atterrita da quel gesto, sbigottita, intontita, confusa. Mi guardai intorno, ma non lo vidi.
«Edward?» chiesi, senza ricevere alcuna risposta. All’improvviso, come una folata d’aria diretta sul mio viso, un cambio nell’aria: sentivo qualcosa di diverso. La radura, all’improvviso, sembrava spegnarsi, perfino cambiare colore: dal verde smeraldo delle foglie, al verde scuro delle tenebre.
«Edward?» lo chiamai, ancora, iniziando a mostrare il panico che si stava, lentamente, impadronendo di me.
«EDWARD?» urlai, iniziando a percorrere la radura alla sua ricerca. Mi guardai intorno, ma non trovai nulla. Perché era scomparso? Perché improvvisamente sentivo aprirsi una voragine dentro di me?
Continuai ad urlare il suo nome, sempre con più vivacità, con più preoccupazione, ma non ottenni nessuna risposta, eccetto l’eco della mia voce disperdersi fra i fitti alberi. Tentai di colpa, ma per colpa di qualche dannato ramo o solo per la mia goffaggine, caddi a terra. In quel momento, sentii una voce, debole, il lontananza: non esitai a riconoscerla. Era Edward, era il mio Edward. Mi tranquillizzai un poco, guardandomi intorno alla sua ricerca. Benché sentissi la sua voce, non c’erano tracce di lui.
«Sarà come se non fossi mai esistito».
Riecheggiarono queste parole all’interno della radura. Le sentii sempre più forti dentro di me, le sentivo rimbombare nella mia testa, come se fossero delle frecce avvelenate scagliate nel mio cuore. Capii che quella era la realtà, che Edward se ne era andato, per sempre. Vidi me stessa, all’interno di questa realtà parallela, cadere a terra, urlando in lacrime il nome del suo amato. Sentii io stessa un dolore al cuore, un dolore tremendo, un dolore acuto. All’improvviso, tra le parole che sempre più rumorosamente riecheggiavano nella mia testa, si fece spazio un urlo, un urlo straziante, un urlo di dolore. Stavo soffrendo. Stavo morendo. Aprii gli occhi di colpo, accorgendomi che quell’urlo proveniva dalla mia bocca e non dalla mia immaginazione. Cercai di fermare l’urlo, cercai di imporre a me stessa di tacere, ma non ci riuscii: presi velocemente il cuscino e mi coprii il viso, soffocando le urla, così da non far preoccupare ulteriormente Charlie. Urlai, urlai come se qualcuno mi stesse pugnalando al cuore e provasse piacere nel farlo.
Mi aveva lasciata. Non mi voleva. Non ero abbastanza per lui.
Soffocai le lacrime che, come ogni notte, si portavano via un altro pezzo di me stessa. Stavo morendo lentamente e dolorosamente. Avrei voluto uccidermi in quell’istante, così da far cessare il mio dolore.
« Very touching. Do you want me to imitate a violin? »